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Caso AstraZeneca, la prudenza a volte può essere troppa





16 marzo 2021


di Francesco Ramella





La sospensione precauzionale della vaccinazione decisa nella giornata di martedì dalle autorità responsabili di numerosi Paesi europei non è un fulmine a ciel sereno. Può essere letta in un contesto più ampio di incapacità o, più spesso, della mancata volontà di valutare costi e benefici delle decisioni politiche. E di una diffusa illusione che sia possibile vivere in un mondo a rischio zero dove non esistono trade off-

Nel caso specifico, come Domani ha già evidenziato, la posta in gioco dovrebbe essere chiara: ammesso – e non ancora concesso – che la vaccinazione comporti un incremento di rischio di mortalità, l’interruzione della somministrazione comporta a sua volta un aumento dei decessi prematuri causati dal Covid.

Questo secondo fattore è, a differenza del primo, certo e di entità molto maggiore. Non dovrebbero esserci soverchi dubbi, quanto meno nel breve periodo considerata l’indisponibilità di altre opzioni, della strada da perseguire anche perché non vi è al momento obbligo di vaccinarsi.

La decisione assunta impedisce di vaccinarsi anche a chi vorrebbe liberamente farlo. L’unico beneficio sembrerebbe essere quello di evitare che, a causa di un elevato numero di defezioni, una parte delle dosi vada sprecata. Ma si tratta ancora di un elemento di rilevanza del tutto secondaria nel contesto attuale. Servirà forse la mossa a rasserenare gli animi? È improbabile: difficile che nell’arco di pochi giorni si possa fugare ogni dubbio su qualsiasi possibile evento avverso.

Non mancano peraltro casi analoghi nel recente passato. Il 27 novembre 2014 in Italia vennero temporaneamente ritirati due lotti del vaccino antinfluenzale Fluad per il sospetto di aver causato il decesso di alcune persone. Poco meno di un mese più tardi, a seguito dei test effettuati che evidenziarono la conformità del prodotto ai parametri attesi, l’Aifa rimosse il divieto di utilizzo dei lotti citati.

Il panico diffuso dagli organi di informazione determinò un forte calo del numero di vaccinazioni con conseguente incremento dei casi di influenza e di quello dei decessi ad essa correlati (si stima che ogni anno in Italia perdano la vita all’incirca ottomila persone).

Allargando lo sguardo all’infuori del campo sanitario merita di essere menzionato il caso della centrale nucleare di Fukushima di cui si è ricordato negli scorsi giorni il decennale.

Ad oggi vi è una sola vittima accertata come conseguenza diretta delle radiazioni mentre l’Agenzia governativa per la ricostruzione stima che siano state oltre duemila le persone morte prematuramente come conseguenza indiretta dell’evacuazione e dello shock psicologico da essa provocato.

Qualora le stesse persone fossero rimaste nelle loro residenze nelle zone più esposte avrebbero assorbito annualmente una quantità di radiazioni pari a circa 15 millisievert ossia la stessa quantità che deriva da una tomografia. La maggior parte dei residenti avrebbero invece assorbito intorno ai 4 millisievert per anno meno del doppio del fondo naturale.

Nell’ipotesi più conservativa - quella che assume che vi sia un effetto negativo per qualsiasi incremento del livello di radiazione - il numero di morti premature in assenza di evacuazione sarebbe stato verosimilmente pari a un decimo di quello che si stima si sia realmente manifestato localmente.

A seguito dell’incidenti il Giappone decise di fermare tutti gli impianti nucleari del Paese e di rimpiazzarli con centrali che utilizzano combustibili fossili. Questa scelta ha comportato un aumento del prezzo dell’energia e, di conseguenza, una riduzione dei consumi che, a sua volta, ha fatto sì che nel periodo invernale aumentasse il numero di decessi causati dal freddo: una recente ricerca stima pari a 4.500 le vittime aggiuntive nel periodo tra il 2011 ed il 2014. Come suggeriscono gli autori dello studio occorre dunque: «essere cauti con l’uso del principio di precauzione».

In quel caso, come in molti altri, e in quello che stiamo vivendo in queste ore un eccesso di prudenza può fare danni. Un fattore che sembra decisivo nelle scelte è la diversa percezione dei rischi: molto maggior peso hanno di norma quelli che, prendendo a prestito le parole dell’economista francese Frédéric Bastiat, “si vedono” rispetto a quelli “che non si vedono” ma che non per questo sono meno reali dei primi.

La prudenza, a volte, può essere troppa.