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La TAV questione di vita o di morte? C’è molto di più.

Questi giorni han visto scatenarsi un incredibile dibattito ideologico su questo progetto, che è relativamente piccolo rispetto ai 132 miliardi di (scarsi) soldi nostri che si vorrebbero spendere in progetti di incerta utilità. La televisione ed i giornali sono pieni di servizi, principalmente SI-TAV (i quattro maggiori quotidiani nazionali, Repubblica, Stampa, Corriere, e Sole24Ore, sono esplicitamente schierati). Tre figure appaiono più frequentemente di altre: l’on. Fassino, il governatore Chiamparino e l’on. Esposito, piemontesi, ed altri parlamentari piemontesi. Legittimamente preoccupati per la loro ragione. Meno frequenti parlamentari siciliani o toscani.

Il problema è che l’opera, per la parte italiana, sarà pagata al 100% dallo Stato, cioè anche dai contribuenti toscani e siciliani, mentre i benefici (per quanto modesti rispetto ai costi) saranno goduti principalmente dai piemontesi, e certamente meno dai toscani e dai siciliani.

L’ovvia obiezione è: ma l’opera serve di sicuro tutto il Paese, quindi s’ha da fare, e urgentemente (“senza guardare ai costi” secondo un articolo apparso su 24Ore).
 

Spostiamoci invece ora in Veneto, dove chiedono a gran voce l’Alta Velocità Brescia-Padova (che costa il doppio della Tav e che anch’essa deve essere pagata da tutti gli italiani). Ma anche questa non è una manifestazione di egoismo, servirà a tutti! E allora c’è da supporre che sia certo anche vero per il molto discusso ponte sullo stretto di Messina, e l’Alta Velocità fino a Palermo. Non è forse assolutamente necessario sviluppare il Mezzogiorno, per il bene del Paese? Poi ci sarebbe un bel progetto di tunnel sottomarino tra Trapani e Tunisi, presentato qualche anno fa….

Ma l’Alta Velocità dappertutto non è una cosa meravigliosa? Chi può dubitarne, è così comoda. Abbiamo già speso 35 miliardi di € negli ultimi 20 anni, praticamente interamente pagati dallo Stato, cioè da tutti, anche da chi non la userà mai, e come si può constatare l’economia del Paese è cresciuta in modo fantastico. Costruirne ancora molte tratte, come ovunque si chiede, credo che ci porterebbe sì velocemente, ma in Grecia, data la situazione dei nostri conti pubblici….

Ma ora veniamo alla vituperata analisi costi-benefici (ACB). Strumento di incerta neutralità e di incerti fondamenti teorici. Ma universalmente accettata come metodo relativamente semplice e rapido per supportare le decisioni pubbliche. Cosa dice, estremizzando? Meglio investire in progetti che costano poco allo Stato, e dove ci si aspetta molto traffico e molti benefici ambientali, che viceversa.

Si è detto “supportare” le decisioni pubbliche, non sostituirle. Ci possono essere altre variabili in gioco: per esempio il supporto a territori svantaggiati, diciamo per esempio il Mezzogiorno. Ma proprio qui viene più utile l’ACB: costringe, se è negativa come spesso accade in aree marginali, a confrontare la perdita di benessere collettivo che quel progetto genera in generale, con alternative che a pari costo potrebbero anch’esse aiutare lo sviluppo dell’area. Celebre un caso olandese: il governo chiese una analisi ACB comparativa per lo sviluppo di una regione svantaggiata, tre una autostrada e una ferrovia. Gli analisti lavorarono, ma poi conclusero che era più efficace, a parità di spesa pubblica, intervenire sul mercato del lavoro di quell’area, che non costruire infrastrutture di trasporto.

Il Governo si mosse nel senso raccomandato, almeno quella volta.

Veniamo ora all’operazione di valutazione in corso per le opere maggiori, e, senza entrare in noiose dispute teoriche, vediamone alcuni aspetti generali. Innanzitutto il settore delle grandi opere civili, tunnel soprattutto, per Euro pubblico speso genera pochissima occupazione diretta ed indiretta. Sul cantiere TAV per esempio, lavoreranno in media circa 500 persone per 10 anni, poi stop. Fa quasi tutto delle
  enormi “talpe” e delle macchine di movimento terra.

Consideriamo adesso, indicativamente, di spendere quei soldi in ristrutturazioni edilizie, scuole e ospedali compresi, e manutenzione delle scassatissime infrastrutture esistenti. E’ evidente che non solo si occuperà molta più gente in modo diretto, ma anche molto prima.

Poi parliamo dell’occupazione indotta: da una parte abbiamo essenzialmente delle macchine di scavo, ed altre per il movimento terra. Forse non prodotte in Italia. Nell’altro caso fornitori di vetri, di serramenti, di impianti elettrici idrici e di riscaldamento, di produttori di vernici e mobili ed apparecchiature.
  Non sembra esserci ragionevole confronto. Ed infatti i difensori delle grandi opere confronti non ne fanno: calcolano cifre mirabolanti di occupazione indotta, ma sempre in perfetto isolamento. Forse i confronti sono pericolosi, chissà.

E queste considerazioni varranno per tutte le opere sul tavolo, di cui si è detto all’inizio, di cui certo molte sono utili…ma è sempre meglio fare i conti che affidarsi all’”arbitrio del principe”, soggetto destinato spesso a cambiare, ed ognuno indotto ad esprimere nuove decisioni arbitrarie. Esattamente quel che aveva in mente il ministro Delrio prima di cambiare idea per tutti i progetti decisi da lui come “strategici”.

Marco Ponti

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